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Incentivo alle assunzioni: una beffa per 30 mila imprese
5 aprile 2017
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incentivi assunzioni

Molte aziende rischiano di dover restituire indietro i soldi dei contributi non versati con l’aggiunta di una sanzione minima

I datori di lavoro che hanno beneficiato dell’incentivo per l’assunzione di personale non occupato nei sei mesi precedenti rischiano oggi, per colpa della burocrazia italiana, di dover restituire all’Inps il beneficio ottenuto.

La legge di stabilità del 2015 imponeva, nell’ambito di applicazione di tale meccanismo agevolativo, ai datori di lavoro che il personale da assumere a tempo indeterminato fosse privo di  occupazione nei sei mesi precedenti, informazione che i Centri per l’Impiego regionali fornivano ai datori di lavoro.

La legge imponendo tale condizione era volta ad evitare che qualsiasi datore di lavoro, pur di incassare lo sgravio, potesse licenziare per poi riassumere, senza aumentare l’occupazione.

Tutto sembrava volto ad avere un effetto positivo sull’occupazione, se non fosse stato per la sostanziale impossibilità dei Centri dell’Impiego Territoriali di acquisire notizie certe sui contratti precedenti di un lavoratore a livello nazionale.

Per effetto della abolizione nel 2002 del libretto di lavoro, il datore di lavoro per avere informazioni sullo stato del dipendente, può unicamente rivolgersi ai Centri per l’Impiego; tuttavia poiché le banche dati regionali non sono state uniformate per conoscere con sicurezza se e dove una persona ha lavorato in passato, ci si dovrebbe  rivolgere  ai 22 Centri per l’impiego di 22 regioni (comprese le regioni autonome), procedura che chiaramente nessuno è stato nella condizione di poter svolgere.

D’altro canto molti candidati all’assunzione hanno omesso di far presente ai futuri datori di lavoro che nei sei mesi antecedenti avevano già avuto un contratto a tempo indeterminato in un’altra regione, sollevando così la sopra citata problematica.

Dai dati analizzati risulta che su oltre 600 mila imprese che hanno usufruito degli sgravi triennali, ben 28.591 hanno errato probabilmente, senza dolo o colpa, assumendo personale che nei sei mesi precedenti aveva avuto contratti a tempo indeterminato con altri datori di lavoro. L’Istituto ha annunciato che richiederà indietro i soldi dei contributi non versati con l’aggiunta di una sanzione minima.

Il Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro aveva segnalato al governo che prima di emanare la legge si sarebbero dovute unificare le banche dati dei centri per l’impiego, poiché in assenza di dati comuni i datori di lavoro o i consulenti del  lavoro si sarebbero dovuti tramutare in veri e propri  detective per scoprire se il lavoratore aveva avuto nei sei mesi precedenti, un contratto a tempo indeterminato in un’altra Regione o in un’altra Provincia.

L’Anpal, che è l’Ente di recente istituito, con anche poteri di coordinamento (dal mese di gennaio 2017) dei Centri per l’Impiego di tutta Italia, ha dichiarato che entro la fine dell’anno si punterà alla creazione di una banca dati unica per porre fine a tali spiacevoli inconvenienti.

Resta implicito che per quanto accaduto l’Inps sta effettuando tutte le verifiche pertinenti e non è da escludersi pertanto il recupero per quei casi in cui lo sgravio non era effettivamente dovuto.

Image courtesy of imagerymajestic at FreeDigitalPhotos.net.

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