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Legittimo il licenziamento del dipendente che divulga una mail confidenziale
4 ottobre 2017
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mail licenziamento legittimo

Diffusione senza autorizzazione di una mail aziendale: licenziamento legittimo

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 13922 del 5 giugno 2017, ha ritenuto legittimo il licenziamento del dipendente al quale veniva contestata la diffusione senza autorizzazione del contenuto di una mail aziendale.

Il lavoratore, accusato di aver divulgato ai clienti della società concorrente una mail confidenziale contenente indicazioni circa il perseguimento di una strategia di incremento della clientela e valutazioni idonee a ledere l’immagine commerciale della concorrente stessa, proponeva ricorso avverso il provvedimento di licenziamento intimato dalla società presso la quale era assunto. Il tribunale, in prima istanza, accoglieva le doglianze del ricorrente, successivamente rigettate in sede di ricorso in appello poiché il fatto censurato, ossia la divulgazione del contenuto di una mail riservata, interna e strettamente confidenziale, era idoneo a ledere il rapporto fiduciario che intercorre tra datore e dipendente, prescindendo dal contenuto e dalla portata delle informazioni.

Il ricorso in Cassazione

Ricorreva per Cassazione il lavoratore adducendo a diversi motivi. Con il primo motivo il ricorrente censurava la decisione della Corte per aver recepito le difese del datore senza rilevare la diversità rispetto al fatto contestato: veniva addebitata al lavoratore la diffusione non autorizzata di notizie diffamatorie e non la divulgazione della mail aziendale confidenziale.

Dello stesso tenore anche il secondo motivo del ricorso con il quale si contestava la valutazione del provvedimento disciplinare espulsivo in funzione di una condotta del dipendente diversa da quella censurata in sede di intimazione del licenziamento, in violazione del principio di immodificabilità della contestazione degli addebiti sancito dall’art. 7 dello Statuto dei lavoratori.

Entrambi i motivi, esaminati congiuntamente, venivano ritenuti infondati: secondo il parere degli ermellini, la Corte ha correttamente considerato oggetto della contestazione la trasmissione non autorizzata, tra l’altro ad un numero notevole di clienti della società concorrente, di comunicazioni interne e riservate idonee a ledere l’immagine commerciale della ditta concorrente.

Il lavoratore contestava ulteriormente la violazione e falsa applicazione delle disposizioni contenute nel CCNL di riferimento in materia di sanzioni disciplinari. Il ricorrente lamentava, infatti, non solo il difetto di proporzionalità tra fatto compiuto e sanzione disciplinare, ma anche la mancata applicazione per analogia dei provvedimenti disciplinari conservativi previsti specificatamente dalla contrattazione collettiva. Anche tale motivo viene ritenuto infondato in quanto le violazioni e le connesse sanzioni, riportate nel CCNL, rappresentano un elenco a mero titolo esemplificativo e non esaustivo, non idoneo all’applicazione per analogia al fatto contestato. Anzi, la condotta del lavoratore ben si configurava con le fattispecie che determinano licenziamento, previste in altra sezione del contratto collettivo.

Infine, il lavoratore censurava la decisione del giudice di secondo grado per quanto concerne la valutazione della giusta causa sulla quale si fondava il provvedimento di licenziamento. Tuttavia, secondo la Suprema Corte, in sede di appello il giudice ha correttamente ritenuto giusta la causa del licenziamento in ragione dell’ampia divulgazione, presso la clientela della società concorrente, di notizie e valutazioni riservate apprese per ragioni di servizio, al fine di sviarne illegittimamente la clientela. Inoltre, si valorizzava correttamente la gravità del fatto compiuto anche in ragione delle elevate competenze professionali del dipendente (quadro) e di conseguenza, del grado di collaborazione e di fiducia richiesti.

Pertanto, a seguito del rigetto di tutti i motivi del ricorso e considerata l’idoneità del fatto contestato a ledere la fiducia riposta dal datore di lavoro, la Corte di Cassazione, legittima il licenziamento condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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